L’attivista svedese per il clima ha evidenziato il grave impatto dell’industria tessile sui cambiamenti climatici
Lo scorso anno ha compiuto 18 anni. Ma da qualche anno è già un’icona del cambiamento possibile. Dall’estate 2018 è diventata una paladina della lotta ai cambiamenti climatici. Da quando manifestava da sola ogni venerdì, di ogni settimana, davanti al Parlamento svedese, è diventata la portavoce del movimento Fridays for future. Ora Greta Thunberg è uno dei personaggi maggiormente seguiti sui temi ambientali. Nei giorni, su Vogue Scandinavia, ha parlato dell’impatto dell’industria tessili sull’ambiente. Ed anche dello sfruttamento dei lavoratori (bambini compresi) nel settore.
«L’industria della moda contribuisce enormemente all’emergenza climatica ed ecologica», ha detto Greta. In effetti l’industria tessile utilizza oltre 98 milioni di tonnellate di materiali non rinnovabili, come petrolio, fertilizzanti, prodotti chimici. Consuma inoltre circa 93 miliardi cubi di acqua. 2.700 litri per una singole maglietta. E contribuisce all’emissione di circa 1,2 miliardi di tonnellate di Co2. Scarica negli oceani circa 500 mila tonnellate di fibre di microplastica. È il secondo settore più inquinante a livello mondiale.
«Molti fanno sembrare che l’industria della moda stia iniziando ad assumersi le proprie responsabilità, spendendo cifre fantastiche in campagne che si dipingono come sostenibili, etiche, green. Ma cerchiamo di essere chiari: questo non è quasi mai altro che puro greenwashing. Non è possibile produrre moda in serie o consumare in modo sostenibile come il mondo è modellato oggi. Questo è uno dei tanti motivi per cui avremo bisogno di un cambiamento di sistema», ha detto Greta Thunberg.
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